approfondimenti

I contratti tra imprese e la giustizia contrattuale

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Introduzione

La pandemia e le ricadute di natura non solo personale e relazionale ma anche economica e finanziaria che da essa ne sono derivate e ne deriveranno in futuro in tutti gli strati della società, porterà inevitabilmente ad un adattamento del diritto alla mutata realtà sociale.

I recenti accadimenti storici hanno fatto emergere bisogni e sviluppato una sensibilità alla solidarietà che la scienza giuridica, saprà cogliere e valorizzare.

Uno tra i settori che risulterà più profondamente influenzato da questo sviluppo sarà quello dei contratti tra imprese. E’ prevedibile, infatti, che al mutare dell’etica sociale, il mercato potrà ispirarsi a rinnovati valori morali.

La giustizia contrattuale potrebbe divenire un obiettivo da perseguire non solo nei Tribunali ma anche per mano del legislatore.

Il terzo contratto

Questa locuzione non è affatto nuova nel panorama della scienza giuridica.

Il primo contratto è quello disciplinato dal codice civile. I contraenti sono dotati di pari forza negoziale e stipulano su un piano di uguaglianza. La legge ne valorizza al massimo l’autonomia astenendosi dall’influire in qualsiasi modo sull’equilibrio contrattuale da loro stessi posto in essere.

Il secondo contratto è quello tra il professionista ed il consumatore (B2C). Il rapporto tra i contraenti è caratterizzato da una asimmetria informativa che connota la debolezza del consumatore e che lo rende meritevole di tutela (in questa prospettiva si colloca il Codice del Consumo).

Il terzo contratto è quello tra imprenditori (B2B) di cui uno possa essere classificato come debole. Qui l’asimmetria non è di tipo informativo ma di tipo economico nel senso che trae origine dalla dipendenza di uno nei confronti dell’altro.

La categoria del terzo raccoglie norme di varia origine che hanno la comune funzione di bilanciare il rapporto di dipendenza economica tra imprenditori, a scongiurare e punire l’abuso e, infine, a tutelare la lealtà della concorrenza per il bene superiore del mercato e dei consumatori.

L’imprenditore debole

La debolezza è una caratteristica relativa.

L’imprenditore non è debole perché versa in una determinata condizione ma lo è in funzione di come si atteggia verso un altro imprenditore.

L’imprenditore non è debole a prescindere e non è quindi sempre soggetto ad una particolare tutela: la debolezza deve essere contestualizzata e misurata rispetto ad una determinata situazione ed in funzione alla relazione economica con la controparte forte.

E’ come dire che la debolezza va valutata in concreto ed ex post non ex ante.

Vediamo quando l’imprenditore merita protezione perché debole:

Non quando è incompetente e nemmeno quando é imprudente o negligente. In questi casi non è meritevole di tutela ancorchè, di fatto, debole.

Non quando agisce per fini estranei all’impresa ovvero quando manca il requisito oggettivo dell’attività di impresa.

Lo è quando, non avendo concrete alternative soddisfacenti, si trova a dover negoziare con una parte che ha maggiore potere contrattuale e che gli impone condizioni sperequate.

Quella descritta è la dipendenza economica, di per sé lecita.

La protezione opera solo ove dalla dipendenza economica si passa all’abuso ovvero quando le parti concludono un contratto fortemente squilibrato con pregiudizio concreto per l’imprenditore debole e profitto per quello forte. L’abuso si può manifestare nel rifiuto di vendere o di comprare, nella imposizione di condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose o discriminatorie, nell’interruzione arbitraria delle relazioni commerciali in atto.

La definizione appena citata trova la sua fonte nell’art. 9 della L. 192/1998 che regola il contratto di subfornitura ma la dottrina maggioritaria ritiene che essa trovi applicazione a tutte le tipologie di contratti tra imprese laddove il rapporto di dipendenza si traduca in una regolamentazione asimmetrica.

L’abuso del diritto e la buona fede

L’abuso di dipendenza economica è manifestazione dell’abuso del diritto.

La Corte di Cassazione con sentenza n. 20106 del 2009 ha analizzato in maniera approfondita questo istituto e ne ha identificato gli elementi costitutivi.

Eccoli:

1) titolarità di un diritto soggettivo in capo ad un soggetto;

2) possibilità di esercitare questo diritto secondo più modalità non predeterminate;

3) censurabilità della modalità di esercizio adottata in concreto rispetto ad un criterio di valutazione tanto giuridico quanto extragiuridico;

4) conseguente ingiustificata sproporzione tra il beneficio del titolare del diritto ed il sacrificio patito dalla controparte.

Quindi, l’abuso sta nell’esercitare un diritto per conseguire obiettivi estranei a quelli connessi a quel diritto.

L’ordinamento in sè rifiuta la tutela di poteri, diritti ed interessi posti in essere in violazione delle corrette regole di esercizio del diritto.

Nel nostro codice, però, non esiste una norma che sanzioni, in via generale, l’abuso del diritto. Esso, tuttavia, rivela la violazione dell’obbligo di buona fede che, per contro, è sanzionato con la condanna a risarcire il danno procurato.

Il codice civile, infatti, in due articoli (1175 e 1375) precisa che le parti devono comportarsi secondo buona fede sia nella fase di formazione del contratto sia nella fase della sua esecuzione.

La condotta secondo buona fede impone reciproca lealtà, onestà e correttezza e su di essa fonda l’affidamento nelle relazioni negoziali per cui ciascuna delle parti deve agire nell’ottica di un bilanciamento di interessi vicendevoli a prescindere dall’esistenza di specifici obblighi contrattuali o di specifiche disposizioni di legge.

Il sindacato del giudice e i suoi limiti

La Corte di Cassazione si è già più volte espressa in questa direzione: il sindacato sulla buona fede dà al Giudice il potere di controllare le clausole negoziali a garanzia del contemperamento degli opposti interessi rappresentati dalle parti.

Non solo.

Il Giudice può intervenire modificando ed integrando lo statuto negoziale al fine di neutralizzare il carattere abusivo degli atti di autonomia privata.

Se la Costituzione garantisce la libera iniziativa economica ed imprenditoriale (art. 41), da un alto, dall’altro, impone l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà non solo politica e sociale ma anche economica (art. 2).

Perciò, mentre le scelte decisionali in materia economica rientrano nelle prerogative insindacabili dell’imprenditore, l’esercizio del potere contrattuale esige il rispetto di canoni generali, quali quello della buona fede, alla luce dei quali il potere di valutazione e di intervento correttivo del Giudice è ammesso.

La finalità è quella di punire l’abuso dell’autonomia privata e dei rapporti di forza sul mercato causa dell’incremento delle situazioni di asimmetria economica tra gli operatori dell’impresa.

Conclusioni

La dipendenza economica tra imprenditori è insita nel mercato ed è lecita.

Durante la negoziazione dei contratti e per tutta la durata della loro esecuzione, gli imprenditori devono, però, comportarsi secondo buona fede e tenere un comportamento leale e corretto.

Questo è un vero e proprio obbligo giuridico perciò la sua violazione è illecita e rivela l’abuso della dipendenza economica da parte dell’imprenditore forte nei confronti di quello debole.

A quest’ultimo è riconosciuto il diritto di chiedere ed ottenere tutela giudiziale.

Il Giudice può intervenire anche modificando ed integrando il contenuto del contratto nel rispetto del criterio di buona fede ed allo scopo di contemperare gli opposti interessi delle parti.

A questo link puoi scaricare le slides che riassumono e sintetizzano questo articolo e che possono servirti da promemoria tascabile :

https://docs.google.com/presentation/d/10WYMG6nZUeUwwcSRfae4Rm1C4zgVZrB7DQRpQo9UE4I/edit?usp=sharing

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